• gil borz

TRA NARRAZIONE E CONOSCENZA

Si ha l'impressione che la nostra Specie, Sapiens Sapiens, sappia, o per meglio dire "conosca" assai poco e che nel corso della sua breve evoluzione abbia appena iniziato a entrare nel merito degli argomenti scientificamente rilevanti.

Non voglio con questo affatto sminuire gli eccellenti risultati ottenuti in alcuni settori scientifici, in particolar modo la farmacia e la medicina, ma rilevo come indipendentemente dalle narrazioni scientifiche in corso nulla di sostanziale cambi. Che avesse ragione Aristotele o Copernico o Galileo o Newton o Einstein, nulla o poco più di nulla cambia sotto il profilo dell'esistenza pratica: è peraltro interessante rilevare come la realtà persista ad essere permanente indipendentemente dalla prospettiva, o dalla narrazione come oggi si dice, umana.

La nostra Specie sembra essere l'unica capace di immergersi in una narrazione, ogni volta differente, spesso stravolgente la realtà, come nel caso delle narrazioni mitologiche o religiose, e adeguarsi tranquillamente alla narrazione, con palese indifferenza rispetto alla realtà, agli aspetti concreti, misurabili, verificabili della realtà.

Per millenni il Mito e la Narrazione hanno prevalso sulla verifica e la misurabilità, piuttosto che la replicabilità di un'osservazione, e chi tentava la via della conoscenza rischiava di fare (o faceva) una brutta fine.

Ancora oggi che siamo solo all'inizio del percorso conoscitivo scientifico, che non sappiamo come affrontare, gestire e utilizzare le immense forze che ci circondano, dai Campi gravitazionali alle correnti elettromagnetiche che in natura sviluppano energie infinite, sembriamo ondeggiare tra narrazione e conoscenza, immersi in sottoculture del pregiudizio che impediscono e limitano il progredire della scienza.



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